Matrimoni Bostoniani

Matrimoni Bostoniani. Presentazione del film di Maya Gallus, the Mystery of Mazo de la Roche (Il mistero di Mazo de la Roche), 2012; alla manifestazione Lesbiche Fuorisalone, Milano, ottobre 2012.[1]

Io sono una studiosa della cultura italiana, e attualmente sto scrivendo un libro sulla rappresentazione dei lesbismi e degli amori fra donne in Italia nel  periodo che va dal 1870 al 1949; poi passerò al dopoguerra e all’età contemporanea. Nella mia analisi, parto dalla convinzione che non esiste ‘il lesbismo’, ma esistono ‘i lesbismi’. Esistono  tante  forme di amore e di desiderio tra donne, alcune delle quali hanno un etichetta specifica, altre non ne hanno, o non ne vogliono. I matrimoni bostoniani, uno dei temi del documentario che state per vedere, hanno un’etichetta; é una categoria riconosciuta. Ma cosa vuole dire, esattamente, ’matrimonio bostoniano’?

Come molte di voi sapranno, il termine ‘Matrimonio Bostoniano’ deriva da un romanzo scritto da Henry James pubblicato nel 1886, intitolato ‘I Bostoniani’. Un matrimonio Bostoniano era una relazione monogama fra due donne che coabitavano, che non dipendevano da un uomo, ed erano dunque indipendenti, emancipate: ‘donne nuove’, insomma. Ma, davanti ad una relazione del genere molti si chiedono: erano ‘lesbiche’, o no? Volevano essere ‘lesbiche’? L’unica risposta a questa domanda è: in gran parte dei casi, non lo possiamo sapere. Da un certo punto da vista, il fenomeno dei ‘matrimoni bostoniani’ costituisce una sfida ermeneutica che rimette in questione le categorie sessuali, quali ‘eterosessuale’ e ‘lesbica’, perché non sappiamo cosa facevano a letto. Indica un rapporto che non era un matrimonio ufficialmente riconosciuto, e che non si presentava  al mondo come un rapporto sessuale. In certi casi, questi rapporti erano anche sessuali, ma non sempre. E normalmente non se ne parlava.

Come ha spiegato Lillian Faderman, per Henry James, e per altri uomini e donne del 800, questi rapporti non avevano niente di scandaloso.[2] Ma in questo periodo iniziavano a circolare diverse teorie sulla sessualità—quali ad esempio le opere di Cesare Lombroso sulle cosiddette perversioni sessuali, e, tempo dopo, i testi di Freud. Questi testi imponevano delle categorie sessuali, come ad esempio ‘lesbica’, ‘omosessuale’ su coloro che non corrispondevano alla presunta norma sessuale. Da un lato i dibattiti sull’omosessualità alla fine dell’800 e all’inizio del 900 diedero più visibilità a diverse forme ed espressioni sessuali. Ma dall’altro, finirono quasi sempre per condannare – sul piano morale e legislativo – ogni forma di sessualità che non seguiva il modello del sesso procreativo dentro il matrimonio. Quindi, man mano che le teorie sulle perversioni sessuali circolavano, gli atteggiamenti verso l’amore fra donne cambiavano e diventavano più ostili.

Di conseguenza, le donne che vivevano con altre donne in un ‘matrimonio bostoniano’, normalmente non attiravano l’attenzione su di loro e non parlavano delle loro vite sessuali. Questo vuol dire che in molti casi non sappiamo se avevano rapporti sessuali o meno. Non ci sono documenti, non ci sono prove. Per studiose come me che stanno cercando di ricostruire un passato messo sotto silenzio, troppo spesso mancano le fonti che ci permettano di capire fino in fondo le esperienze delle donne ‘bostoniane’.

Oggi giorno, anche se i tabù socio-culturali e i pregiudizi ci sono ancora, è comunque più facile parlare di rapporti sessuali tra donne. E in certi ambienti si parla ancora oggi di matrimoni Bostoniani, ma sono rapporti diversi di quelli del 800 e del primo 900. Quando si parla di matrimoni bostoniani oggi, la questione del sesso viene affrontata in maniera più diretta; ad esempio, si parla esplicitamente di rapporti romantici ma asessuali, e ci sono studi etnografici che raccolgono testimonianze di donne che spiegano in dettaglio il livello e la forma di desiderio sessuale che provano per la compagna di vita.[3]

Ed ecco che abbiamo tracciato un breve percorso di successivi paradigmi sessuali, che va da una situazione di libertà relativa nel primo 800, ad una forte normatività repressiva alla fine dell’800 e nel 900, fino ad un nuovo momento di libertà ‘relativa’ negli ultimi decenni.

Forse vi state chiedendo come mai io sia cosi fissata con la questione del sesso (o forse no). Mi spiego. A mio avviso, per capire il modo in cui le lesbiche e il desiderio tra donne sono stati rappresentati, e per meglio confrontare i pregiudizi che le donne hanno dovuto subire e contro i quali combattano ancora, bisogna indagare su come è stato e come ancora viene visto il sesso tra donne.

Dalla notte dei tempi, cioe’ dai dialoghi di Luciano nel secondo secolo dopo Cristo, quando si accennava all’amore o al desiderio tra donne, la domanda chiave è sempre stata: cosa fanno a letto? Luciano faceva finta di non sapere. Cioè pretendeva di non poter immaginare cosa combinavano.

Lo stesso vale per Ariosto: quando nell’Orlando furioso, Fiordispina si innamora di Bradamante l’Amàzzone, passa una notte insonne chiedendosi come può soddisfare il suo desiderio. La soluzione che trova è il fratello di Bradamante, Ricciardetto. Cioè un uomo con un pene.

Quando nel ‘700 e nell’800 gli uomini di scienza iniziarono a riconoscere che effettivamente, c’erano delle cose che le donne potevano fare insieme a letto per soddisfarsi, il tono era piuttosto voyeuristico, come se le donne dessero spettacolo per il piacere dell’uomo che guardava, o che immaginava la scena, e non per se stesse. Questo atteggiamento vale ancora oggi nella pornografia mainstream, e non solo.

Questo brevissimo quadro che ho tracciato mostra come molto spesso il sesso tra donne sia stato o negato o strumentalizzato dagli uomini. Nel momento in cui è diventato dicibile per gli scienziati, è diventato ancora più difficile per le donne parlarne, per paura di rimanere stigmatizzate da una perversione. Quindi, da un certo punto di vista, la storia del desiderio tra donne è la storia di una lotta da parte delle donne per ri-appropriarsi del loro stesso desiderio.

Io sostengo assolutamente le campagne politiche che rivendicano il diritto delle donne di esprimere liberamente la loro sessualità, e che insistono sul fatto che l’amore fra donne non è una non-sessualità, non è inferiore all’eterosessualità solo perchè non c’è un pene; il desiderio lesbico non è meno forte di quello eterosessuale. Ma….non vorrei neanche imporre un modello di amore tra donne che richiede una forma particolare di sessualità. Ci sono tante forme di amore e di desiderio. Infatti, le ricerche recenti sui ‘matrimoni bostoniani’ oggi cercano di valorizzare una vasta gamma di forme di espressione amorose tra donne. Rimettono in discussione quello che viene considerato ‘sesso’, e nsistono sulla soddisfazione che si può trarre da un’amicizia passionale.

Parlare di sesso e di amore tra donne è ancora difficile oggi. Si rischia di cadere velocemente in diverse trappole stereotipate, dalla lesbica pornodiva che fa uno spettacolo per il piacere degli uomini,  alla bibliotecaria asessuale o repressa che vive con la sua amica. Perciò per me, l’etichetta ‘matrimonio bostoniano’ è sia positiva che negativa.

Mi piace come termine, perché ricorda una forma di relazione tra donne in un determinato periodo storico, che rompeva le norme di genere e di sessualità con dignità ed eleganza. Mi piace anche il fatto che oggi ci permette, in certi contesti, di valorizzare le relazioni tra donne che non sono predominantemente sessuali, senza considerare questi rapporti come fallimenti secondo i modelli dominanti di sesso genitale. sono rapporti queer.

Quello che mi piace un po’ meno è il fatto che questo stesso termine ‘matrimonio bostoniano’ è colmo del non detto, dell’indicibilità storica—e anche attuale per molte donne—dell’amore sessuale tra donne. E’ un’etichetta che mette il rapporto tra donne dietro a un velo; lo avvolge in mistero—come nel titolo del documentario che stiamo per vedere. E’ un termine colmo di desiderio e di sentimento non espresso. E forse non sperimentato.

La difficoltà per chi come me cerca di documentare i rapporti tra donne nel passato, come ho già accennato, è che molto spesso non è possibile capire in cosa consisteva un ‘matrimonio bostoniano’: era un rapporto sessuale appagante ma vissuto discretamente, fuori dagli occhi  invadenti”?  O era un rapporto di amore limitato dalla paura di venire scoperte e stigmatizzate? Vorrei sapere se queste donne si sentivano libere di esprimersi, libere di vivere il loro amore, e di esperire il loro desiderio.

Tornando al documentario che state per vedere: ‘Il mistero di Mazo de la Roche’, di Maya Gallus, parla di una donna che è sfuggita alle etichette. Scrittrice canadese nata forse nel 1879, e diventata famosa durante gli anni ‘20 del 900, Mazo de la Roche ha sempre rifiutato di rispondere a domande sulla sua vita personale. Coabitava con la cugina Caroline, in un rapporto che è stato definito un ‘matrimonio bostoniano’. Erano molto legate, ma, come vedrete, Mazo de la Roche diceva che il sesso non era molto interessante; c’era ben altro nella vita. Poi ha scritto, con l’aiuto della compagna di vita Caroline, tanti romanzi che parlano di amore e di desiderio–anche di omosessualità maschile. Alcuni critici si sono chiesti se Mazo si identificava con diversi suoi personaggi maschili. Forse viveva una vita vicaria tramite loro. Si esprimeva attraverso di loro, indirettamente. Ma questo non lo sappiamo di sicuro.

A me viene da chiedere cosa si nasconde dietro la sua dichiarazione che il sesso non era interessante. È un caso di repressione provocata dagli atteggiamenti omofobi di quel momento storico? Oppure ha veramente scelto di sfogare le sue energie sessuali nei suoi romanzi, e nel rapporto con Caroline, così ricca di sentimenti? Una delle difficoltà per chi ricostruisce e racconta queste storie di amore tra donne, è di sapere rispettare il velo, il mistero che avvolge il rapporto. Mazo ha scelto di non svelare i segreti del suo rapporto con Caroline. Come vedrete, ci sono anche altri segreti che ha scelto di non svelare, neanche a chi le stava vicino: e questo fatto lo trovo molto problematico. Ma per quanto riguarda il suo ‘matrimonio bostoniano’ posso benissimo immaginare perché abbia deciso di insistere sul suo diritto ad una vita privata. E anche perché Caroline abbia deciso di distruggere certe sue carte personali.

Studiare la sessualità nel passato vuol dire scavare, documentare, mettere insieme un’immagine fatta di frammenti che non sono sempre completi o affidabili. Vuol dire leggere sempre fra le righe. Vuol dire sapere quando fermarsi, prima di imporre un’interpretazione anacronistica su un momento che ci è sfuggito. Vuol dire cercare di capire modelli e forme di sessualità, desideri e amori costruiti e vissuti in altri tempi. Investigare e tracciare la storia dei lesbismi e del desiderio tra donne richiede una mente aperta, che cerca di accettare quello che riesce a trovare, e che riconosce quando si deve fermare, affascinata e desiderosa di saperne di più, davanti al mistero costruito spesso dalle stesse donne.

È questo che Maya Gallus fa in questo documentario ed è questo quello che cerco di fare nella mia ricerca. Gallus racconta la vita di questa donna affascinante, Mazo de la Roche, senza cercare di imporre un’unica interpretazione. Quando si sente dire, nel documentario, a proposito di lei e Caroline, che ‘non erano lesbiche’, quando la sessualità lesbica viene negata, una reazione comprensibile è di cercare di andare oltre la presunta omofobia di chi nega. Ma questo è un impulso che probabilmente viene da un nostro desiderio di eroi lesbici, di eroine lesbiche, di una genealogia lesbica che ci rafforza, che ci conferma nella nostra lotta, che ci ispira, che ci da legittimità. Quando scaviamo nel passato lesbico, saffico, queer, dobbiamo chiederci cosa stiamo facendo. Quali sono le nostre motivazioni? Se stiamo cercando donne eroiche, con le quali ci possiamo identificare e che ci rispecchiano, dobbiamo prepararci alla possibilità di rimanere deluse.  Una documentario come questo ci permette di sapere di più, di avvicinarci ad un passato non eteronormativo; ma al tempo stesso non può dirci la ‘verità’ della vita intima di questa donna.

Forse per questo, io ho deciso di focalizzare la mia ricerca su ‘rappresentazioni’, che considero in quanto ‘rappresentazioni’ e non ‘verità’.

Il mistero di Mazo de la Roche ci parla di una forma di amore e di desiderio che non rientra nelle norme, né etero né lesbocentriche, e che vorrebbe sfuggire alle etichette che forse sono troppo riduttive. Ci parla indirettamente anche del nostro momento attuale, dei silenzi, dei tabù, dell’attenzione mediatica invasiva, della voglia di privacy.  E ci parla di noi, e il modo in cui l’identità lesbica contemporanea si basa, almeno in parte, su un passato ancora misterioso.

Vi auguro buona visione.


[1] Vorrei ringraziare Debora Guma, Katia Acquafredda, Cristina Zanetti e Liana Borghi per avermi invitata.

[2] Lillian Faderman (1991) Surpassing the Love of Men. London: The Women’s Press,p.195

[3] Esther D Rothblum and Kathleen A. Brehony (1993) Boston Marriages. Romantic but Asexual Relationships among Contemporary Lesbians. Amherst: University of Massachusetts Press

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About Charlotte Ross

I'm a lecturer and researcher at the University of Birmingham, UK. My main interests are contemporary Italian culture, and gender and sexuality. My current project explores the representation of lesbian identities and desire between women in Italian novels and media, from 1870 to the present day.
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