Impulsi omicidi: livelli di omofobia tra la fine del diciannovesimo e l’inizio del ventesimo secolo

Nel mio lavoro sulla rappresentazione delle lesbiche, o di donne che desiderano altre donne, nei testi italiani, spesso incontro commenti omofobi e negativi. In questo post li analizzo, riflettendo sulle possibili motivazioni che si celano dietro la negatività e il pregiudizio di tali commenti. A volte, vengono espressi persino dei desideri omicidi verso le lesbiche. Al giorno d’oggi, diversi termini vengono utilizzati per descrivere le reazioni ostili verso l’omosessualità e le identità LGBTQ. L’omofobia, che letteralmente vuol dire paura degli omosessuali, è stata affiancata da altri termini, tra cui omonegatività, che si riferisce alla visione o alla reazione negativa verso l’omosessualità. Gli atti che normalmente vengono definiti ‘omofobici’, come la violenza versi i gay e le lesbiche, potrebbero essere motivati da entrambi gli impulsi – da un odio violento dell’omosessualità, e da una paura di esserne ‘contaminati’ in qualche modo. Questa paura è causata da un riconoscimento più o meno conscio di una latente attrazione omoerotica da parte di chi perpetra la violenza, che etichetta la persona che è riconoscibile come omosessuale nell’incauto e maldestro tentativo di reprimere dei sentimenti che non sa o non vuole riconoscere dentro di sé.

I testi sessuologici italiani scritti da Cesare Lombroso e da altri tra la fine del diciannovesimo secolo e l’inizio del ventesimo condannano le donne che desiderano altre donne. Lo studio di Lombroso intitolato La donna delinquente, la prostituta e la donna normale è stato pubblicato per la prima volta in Italia nel 1893. La più recente traduzione inglese è Criminal Woman, the Prostitute, and the Normal Woman (Duke University Press, 2004). Lombroso credeva che le donne fossero naturalmente inferiori agli uomini e che una donna ‘normale’ non aveva un impulso sessuale: semmai, poteva essere lieve. Di conseguenza, Lombroso considerava le prostitute e le tribadi/saffiste delle depravate a prescindere (sulla terminologia, vedi il mio post sulle rappresentazioni nel diciannovesimo secolo).

Lombroso ordinò l’esecuzione di diversi procedimenti chirurgici per controllare questa sessualità apparentemente ribelle e ostinata, come la cauterizzazione del clitoride delle donne che desideravano altre donne. Eppure, nonostante avesse più volte praticato tale pratica orribile, egli non espresse mai un impulso omicida verso le donne. Anzi, sembrava persino esprimere una certa comprensione per alcuni dei suoi casi come, ad esempio, verso le donne che cercavano altre donne per ottenere conforto dopo aver subito violenze sessuali da parte degli uomini. Sicuramente, questa comprensione non costituisce una scusa per gli interventi chirurgici da lui raccomandati o per i danni psicologici causati da lui e il suo approccio allo studio della sessualità.Inoltre, l’empatia di Lombroso era solo per quelle donne che erano state vittime della violenza maschile, ma non per quelle che avevano scelto una partner a lungo termine per desiderio spontaneo, ad esempio. Di fatto, le donne che erano state abusate meritavano ogni supporto, ma lo stesso era vero anche per le altre tribadi/saffiste/lesbiche.

L’omofobia di Lombroso si espresse spesso attraverso una sua paura: che l’omosessualità potesse ‘contaminare’ la società sana. Egli ha scritto quasi con panico del numero enorme di lesbiche che erano in giro per le strade, soprattutto a Parigi (si veda il mio post sulle rappresentazioni nel diciannovesimo secolo) infettando le ragazze e le donne nelle scuole e nelle prigioni. Quella di Lombroso è una paura di contagio lesbico, ed è problematica poiché si fonda sul presupposto che il lesbismo sia una specie di malattia; tuttavia, tale prospettiva ha un risvolto intrigante, poiché ammette tacitamente che molte donne vorrebbero essere lesbiche e andrebbero con altre donne, se non fosse loro impedito dall’imposizione di una eterosessualità obbligatoria.

Di contro, in un romanzo italiano scritto nel 1901 da Ciro Alvi, La vita nuova. Il culto del futuro, ci sono degli impulsi omicidi abbastanza espliciti verso donne che sono coinvolte in una relazione sessuale e affettiva con altre donne. Elsa e Lucia, entrambe sposate con uomini più anziani e malati, si ritrovano l’una con l’altra e scoprono un tipo di ‘vita nuova’. Il romanzo presenta questa situazione come l’inevitabile conseguenza delle loro relazioni. I loro mariti non sono in grado di soddisfarle, mentre loro sono entrambe giovani, sensuali e belle. Pertanto, è logico e quasi ‘naturale’ che finiscano insieme. Eppure le cose prendono una brutta piega quando Giovanni, il marito di Elsa, si arrabbia con queste donne nuove ed emancipate che possono fare totalmente a meno degli uomini. Nella sua opinione omicida, entrambe le donne dovrebbero essere uccise. Questa è omofobia e omonegatività, sebbene sia diversa dalle reazioni di Lombroso. Giovanni teme di perdere il suo status e la sua posizione di uomo/marito, ed è disgustato da quelli che considera atti ‘innaturali’. Alla fine, sia Lucia che Elsa muoiono: Lucia viene uccisa da un amico di Giovanni, realizzando il suo desiderio omicida, ed Elsa muore in una rissa in una rissa politica. La nuova vita che Alvi realmente promuove nel suo romanzo non è ‘lesbismo per tutte’, che allarma così tanto i suoi personaggi maschili, quanto un ritorno ai valori ‘morali’ della famiglia eteronormativa (che ha pochi impulsi omicidi per giunta). Il romanzo non ha lasciato molte tracce dopo la sua pubblicazione. Alvi stesso fu criticato dai commentatori per la sua totale mancanza di morale. Ironicamente, molti giornalisti e critici del tempo ritenevano che scrivere sul desiderio omosessuale da una prospettiva omofoba e omonegativa era tanto ‘immorale’ quanto il tentare di descriverla in una luce favorevole.

Quello di Alvi è l’unico romanzo nel quale finora ho trovato un desiderio omicida contro le lesbiche così forte e chiaro; tuttavia, i personaggi lesbici continuano a morire in un numero elevato a livello allarmante per suicidio o malattia, persino (specialmente?) nei romanzi scritti da autrici femministe. Ciò vale anche per i romanzi pubblicati negli ultimi anni. Spesso le protagoniste lesbiche sviluppano malattie incurabili, muoiono in incidenti d’auto o si fanno addirittura esplodere, come in un caso. La decisione di un autore/autrice di uccidere il personaggio lesbico può certamente essere una metafora dell’impossibilità di vivere una vita lesbica in un mondo eteronormativo. Questo trend che continua anche oggi mi fa però porre delle domande circa l’impatto di così tanti romanzi, che sembrano dire che le lesbiche sono destinate ad una vita di malinconia e che non possono sopravvivere in un mondo etero-patriarcale. Questo è sicuramente un tema diverso dall’impulso omicida espresso nel romanzo di Alvi, ma potrebbe essere percepito e letto come un fenomeno che esprime comunque un certo grado di omonegatività.

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About Charlotte Ross

I'm a lecturer and researcher at the University of Birmingham, UK. My main interests are contemporary Italian culture, and gender and sexuality. My current project explores the representation of lesbian identities and desire between women in Italian novels and media, from 1870 to the present day.
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