Il Richiamo (di Stefano Pasetto 2012). Recensione

Mercoledì scorso ci siamo recate presso un cinema di periferia a Palermo dove era in proiezione il film Il Richiamo (regia di Stefano Pasetto, con Sandra Ceccarelli e Francesca Inaudi, 2012). Premesso che si trattava dell’unico cinema in cui il film veniva proiettato, ci siamo ritrovate nel foyer del piccolo cinema insieme a poche altre avventuriere e curiose che avevano deciso di vedere questo film. Armate di recensioni positive, se non addirittura entusiastiche del film, eravamo cariche di aspettative: finalmente una rappresentazione cinematografica italiana positiva di una relazione lesbica?  Su Vanity Fair (del 9 maggio 2012), un lungo articolo è stato dedicato a questo film. Nella bella presentazione delle vicende raccontate sullo schermo, si afferma anche che il film è stato “applaudito in giro per il mondo, Brasile compreso, ma […] ha faticato a uscire in Italia”.  Essere presenti alla proiezione del film era pertanto un importante gesto politico, oltre che culturale, rispetto alla costante censura “normativizzata” che troppo spesso caratterizza la rappresentazione delle lesbiche nel cinema italiano.

Certo, qualche perplessità ci aveva già accompagnato lungo il percorso: le due protagoniste, intervistate da Vanity Fair, avevano chiaramente esplicitato di essere eterosessuali. Sì, nella loro adolescenza, avevano avuto qualche “esperimento con donne”, però, come precisa Sandra Ceccarelli, “le storie vere le ho avute con uomini”. E la prima domanda che ci siamo poste è stata: ma forse questo film non parlerà di una storia “vera”? E la seconda domanda: perchè era necessario che le attrici specificassero al giornalista la loro “vera” sessualità nel momento in cui stavano parlando di un film in cui interpretano due donne che imparano ad amarsi? Forse perchè non vogliono che venga loro attaccata l’etichetta di lesbiche? Forse perchè interpretare il ruolo di una donna che ama un’altra donna implica necessariamente una componente autobiografica da cui sembra necessario prendere le distanze? O forse… tra dubbi e domande, ci siamo sedute nel foyer in attesa di entrare in sala.

Buio in sala. Il film: ambientazione a Buenos Aires. Inizia con la narrazione delle vite parallele di due donne eterosessuali. Ci mostra in maniera in-elegantemente frammentata le loro vicissitudini, le implicite frustrazioni nelle loro relazioni, il loro desiderio inespresso di cambiare. Lea è una giovane creativa che sogna di lavorare in Patagonia e di creare una bella relazione con il padre assente, che non vediamo mai ma che ogni tanto sentiamo parlare con lei al telefono. Lucia è una signora di mezz’età, sposata, che soffre di depressione a causa di una serie di aborti spontanei. Le due donne si incontrano quando Lea la chiama per avere lezioni di piano – e iniziano a suonare insieme. Come si noterà, l’idea non è delle più originali. Se poi aggiungiamo il fatto che Lea rappresenta lo stereotipo della giovane ribelle senza una vera progettualità e Lucia invece la donna frustrata e depressa, dopo i primi 15 minuti comprendiamo bene la direzione del film. Purtroppo, il rapporto lesbico che nasce in seguito tra di loro è sostanzialmente privo di carica e tensione erotica, che mai si stabilisce tra le due donne;  inoltre, esso è legato alla malattia (depressiva e poi anche fisica) di Lucia, che sembra ristabilire per l’ennesima volta l’equazione: lesbismo=malattia. Lucia decide di seguire Lea nel suo viaggio (improvviso) in Patagonia e lì, piuttosto che assistere (finalmente, pensavamo) ad una relazione gratificante, ci troviamo di nuovo dinanzi all’ennesima dichiarazione di una non-relazione: infatti, quando Lucia le chiede “noi cosa siamo?”, Lea dichiara esplicitamente che loro “non sono fidanzate”. E noi, come spettatrici, ci chiedevamo: e cosa sono? Che tipo di relazione Pasetto sta portando sugli schermi? Per Lea sembra più un gioco legato a soddisfare il suo egoismo ribelle che cela una frustrazione profonda nella relazione con il padre assente; per Lucia, si tratta invece di un passaggio importante, che la porta a porsi degli interrogativi profondi: ma, ancora una volta, sono interrogativi legati non solo alla sua sessualità ma alla sua malattia, come se l’una fosse inestricabilmente legata all’altra. Prendiamo come esempio il fatto che Lucia, nella sua incapacità di comunicare con il mondo esterno a causa della depressione, scrive dei bigliettini in cui parla dei suoi “nuovi” sentimenti per Lea che lei non sa ancora decifrare. Inevitabile il parallelismo tra la nascita dei suoi sentimenti per una donna con la crescita silenziosa, e minacciosa, del tumore.

Da tale parallelismo ne consegue un altro: il suo lesbismo è svelato al marito da un medico (altro cliché: la medicalizzazione del lesbismo, come se fosse una condizione patologica) e la reazione del marito alla notizia della nuova relazione della moglie, è altrettanto da manuale: vomita. C’è da rallegrarsi quando, un’ora e mezzo dopo l’ingresso in sala, Lucia, a differenza di Lea, rinasce sia nel corpo (guarisce dal tumore) e forse (pensiamo noi) anche nell’anima, pronta ad accogliere i germi di una nuova vita (lesbica?). Lea invece torna alla sua eternormatività (forse?) insoddisfatta e non più ribelle, incinta e sposata.

Aggiungiamo il fatto che spesso nel tessuto narrativo vi sono dei non detti, dei fatti o dei riferimenti sottaciuti, che più che essere sottigliezze o indizi che forniscano all* spettator* delle chiavi di lettura, risultano invece di difficile comprensione. Ad esempio: cosa fanno due donne italiane a Buenos Aires? Come dobbiamo leggere questo fatto alla luce delle loro parabole esistenziali? Secondo noi, in qualche modo il film attualizza un trend di vecchia data ma, a quanto pare, ancora molto attuale nella narrativa lesbica contemporea, sia filmica che narrativa, italiana: il proiettare le vicende lesbiche in un altrove lontano e poco identificabile con il nostro contesto nazionale.

E poi altre domande: mentre la rinascita di Lucia sembra offrire nuove possibilità di autodefinizione femminile, perchè è sempre necessario passare attraverso il lesbismo come malattia per arrivarci? e perchè giungervi seguendo un percorso quasi anaffettivo e sicuramente privo di tensione erotica? Quali sono le motivazioni di questo film? E, come spettatrici, cosa dobbiamo e possiamo realmente aspettarci da un film pubblicizzato come “film lesbico”? Sarebbe troppo utopistico chiedere di avere sempre un finale positivo, ma sarebbe il caso di vedere delle rappresentazioni che siano più variegate e sicuramente che non ripetano sempre gli stessi cliché, gli stessi fallimenti e le stesse impossibilità che sembrano essere intrinseche al lesbismo stesso.

Se è vero che il film è stato applaudito in tutto il mondo, in quella sala di periferia palermitana ci siamo alzate tutte con qualche perplessità nei nostri sguardi.

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About Charlotte Ross

I'm a lecturer and researcher at the University of Birmingham, UK. My main interests are contemporary Italian culture, and gender and sexuality. My current project explores the representation of lesbian identities and desire between women in Italian novels and media, from 1870 to the present day.
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One Response to Il Richiamo (di Stefano Pasetto 2012). Recensione

  1. Lara says:

    http://movie-on.blogspot.be/

    questa mi sembra la miglior replica.

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